24 Agosto 2026

L’Agenzia europea dell’ambiente ha pubblicato il nuovo European city air quality ranking, una piattaforma interattiva che permette di confrontare la qualità dell’aria e il rischio sanitario in 761 città europee. La classifica considera l’esposizione di lungo periodo della popolazione a particolato fine PM2,5, biossido di azoto e ozono troposferico.
La novità è rilevante perché sposta l’attenzione dalla semplice presenza degli inquinanti al loro effetto complessivo sulla salute delle persone che vivono nelle aree urbane. Lo strumento non risponde quindi soltanto alla domanda “dove si registrano le concentrazioni più alte?”, ma cerca di mostrare in quali città l’esposizione combinata produce il maggiore rischio di mortalità.
Le 761 città sono ordinate in base al rischio di mortalità associato all’esposizione prolungata a: PM2,5, il particolato con diametro inferiore a 2,5 micrometri; NO₂, biossido di azoto; O₃, ozono presente negli strati più bassi dell’atmosfera.
Per costruire la graduatoria, l’Agenzia europea dell’ambiente assume che l’impatto complessivo corrisponda alla somma dei rischi attribuiti ai tre singoli inquinanti. Il calcolo utilizza i dati relativi ai due anni solari precedenti quello di pubblicazione.
Il sistema attribuisce a ogni città una posizione generale e la colloca in uno dei dieci decili di rischio. Il primo comprende il 10% delle città con il rischio complessivo più basso; il decimo raggruppa il 10% con il rischio più elevato.
Questa classificazione rende immediatamente leggibile la collocazione relativa di ogni centro urbano. Non indica tuttavia che le città appartenenti ai primi decili siano necessariamente prive di rischi: mostra piuttosto che, nel confronto con le altre aree considerate, presentano un impatto sanitario stimato inferiore.
Fino al 2025 il visualizzatore europeo classificava le città unicamente sulla base delle concentrazioni medie di PM2,5 misurate da stazioni urbane, suburbane o di traffico. Questo metodo aveva due limiti importanti. Il primo era il numero ridotto di città considerate, circa 372, perché venivano incluse soltanto quelle dotate di stazioni di monitoraggio adeguate. Il secondo era l’attenzione esclusiva al PM2,5, senza considerare altri inquinanti fondamentali come biossido di azoto e ozono.
La nuova versione utilizza invece mappe modellistiche della qualità dell’aria elaborate dall’European Topic Centre on Human Health and the Environment, con una risoluzione spaziale di un chilometro per un chilometro.
Le mappe permettono di stimare la concentrazione degli inquinanti anche nelle parti della città non direttamente coperte da una centralina. I dati vengono poi combinati con la distribuzione della popolazione, ottenendo concentrazioni medie ponderate in base al numero di abitanti effettivamente esposti. In questo modo, una zona molto inquinata ma scarsamente abitata incide meno sul valore cittadino rispetto a un quartiere nel quale concentrazioni elevate interessano decine o centinaia di migliaia di persone.
La media tradizionale delle concentrazioni atmosferiche considera i valori rilevati o stimati nelle diverse parti della città. La ponderazione per la popolazione attribuisce invece maggiore peso alle aree nelle quali vivono più persone.
È un passaggio importante dal punto di vista sanitario. L’impatto dell’inquinamento non dipende soltanto dalla quantità di sostanze presenti nell’aria, ma anche dal numero di persone esposte, dalla durata dell’esposizione e dalla loro vulnerabilità.
La nuova metodologia risponde quindi meglio all’obiettivo di stimare il rischio sanitario urbano, anche se non può descrivere tutte le differenze esistenti all’interno di una stessa città. Abitare accanto a una strada trafficata, in prossimità di un’area industriale oppure in un quartiere più verde e meno congestionato può determinare esposizioni molto differenti rispetto alla media cittadina.
Per stimare il rischio, l’EEA utilizza le funzioni concentrazione-risposta indicate nelle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità del 2021. Il livello di riferimento, o controfattuale, corrisponde alle concentrazioni annuali raccomandate dall’OMS. Il rischio stimato rappresenta quindi l’impatto associato alla parte di esposizione che supera tali valori. È importante sottolineare che i valori guida dell’OMS non sono semplici limiti amministrativi. Sono raccomandazioni sanitarie elaborate sulla base delle evidenze disponibili sugli effetti dell’inquinamento. Una città può pertanto rispettare gli attuali limiti di legge e continuare a presentare concentrazioni superiori a quelle considerate più protettive per la salute.
La classifica non descrive la qualità dell’aria del giorno o dell’ora in cui viene consultata. È dedicata all’esposizione cronica, cioè alle concentrazioni alle quali la popolazione è esposta nel corso di lunghi periodi. L’attenzione al lungo termine dipende dal fatto che l’esposizione continuativa produce gli effetti sanitari più gravi, contribuendo allo sviluppo o all’aggravamento di patologie cardiovascolari, respiratorie e oncologiche. Per conoscere le condizioni del momento, l’Agenzia europea mette invece a disposizione l’European Air Quality Index, che presenta dati recenti, previsioni a 24 ore e indicazioni sanitarie relative all’esposizione di breve durata. Accanto alla graduatoria, l’EEA mette a disposizione un City Trend Viewer, basato sulle misurazioni ufficialmente comunicate dai paesi: https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/air-pollution/european-city-air-quality-viewer/city-trend-viewer.
La nuova impostazione è particolarmente interessante per l’Italia, dove l’inquinamento atmosferico assume caratteristiche molto diverse tra Nord, Centro, Sud e Isole, e richiede pertanto politiche coordinate tra comuni, regioni, Stato e Unione europea.
L’utilità del nuovo strumento dipenderà soprattutto dalla capacità di trasformare i dati in decisioni.
Per il biossido di azoto occorrono riduzione del traffico, zone a basse emissioni realmente efficaci, trasporto pubblico frequente e accessibile, ciclabilità e sicurezza pedonale. Per il PM2,5 sono necessari edifici efficienti, limitazione degli apparecchi a biomassa più emissivi, riduzione delle combustioni, politiche agricole sull’ammoniaca e controlli sulle attività industriali. Per l’ozono servono azioni coordinate su scala vasta per diminuire ossidi di azoto e composti organici volatili, accompagnate da strategie climatiche capaci di contenere l’aumento delle temperature.
Sono interventi che producono benefici simultanei: meno malattie, minori emissioni climalteranti, città più vivibili e riduzione del rumore e dell’incidentalità.
La principale innovazione del visualizzatore europeo è la scelta di mettere al centro le persone e non soltanto le centraline.
Fonte: Ambiente e non solo