Londra: grandi passi in avanti nella riduzione dell’inquinamento atmosferico, ma molti altri restano da farne

15 Luglio 2026

Londra ha compiuto progressi importanti nella riduzione dell’inquinamento atmosferico, ma l’aria sporca resta una delle principali sfide di salute pubblica della capitale britannica. È il messaggio che emerge dal nuovo rapporto “London health burden of recent air pollution”, realizzato dall’Environmental Research Group dell’Imperial College London per Transport for London e Greater London Authority.

Lo studio aggiorna le precedenti valutazioni sul carico sanitario dell’inquinamento atmosferico nella Greater London, utilizzando dati più recenti, un modello ad alta risoluzione e una metodologia epidemiologica aggiornata, coerente con le più recenti indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità contenute nel rapporto HRAPIE-2 del 2025.

Il risultato è duplice. Da un lato, tra il 2019 e il 2024 la qualità dell’aria è migliorata in modo netto: le concentrazioni medie annue ponderate sulla popolazione sono diminuite del 28% per il PM2.5 e del 41% per il biossido di azoto, NO2. Dall’altro, anche con questi miglioramenti, nel 2024 l’esposizione di lungo periodo a PM2.5 e NO2 è ancora associata a un carico sanitario molto rilevante: tra 3.800 e 5.100 decessi attribuibili, pari a 65.600-87.700 anni di vita persi.

I costi economici collegati alla mortalità sono stimati tra 3,8 e 5,1 miliardi di sterline all’anno. Una cifra che non include tutti gli effetti sulla salute, perché il rapporto si concentra sulla mortalità e non quantifica il peso delle malattie non fatali, come asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, ictus, ipertensione o tumore del polmone.

Il rapporto mostra che l’aria di Londra è migliorata in modo significativo in cinque anni. Il PM2.5, il particolato fine più pericoloso perché capace di penetrare in profondità nell’apparato respiratorio e nel sistema cardiovascolare, è passato da 10,9 µg/m³ nel 2019 a 7,8 µg/m³ nel 2024. Il biossido di azoto, fortemente legato al traffico stradale, è sceso da 28,8 a 17,0 µg/m³.

Si tratta di riduzioni importanti, che riflettono una combinazione di tendenze di lungo periodo e politiche pubbliche di riduzione delle emissioni, in particolare nel settore dei trasporti. Il rapporto indica la Ultra Low Emission Zone, ULEZ, come una delle misure centrali di questo percorso, insieme ad altri interventi portati avanti negli anni per ridurre l’impatto del traffico e accelerare il rinnovo del parco veicolare.

L’ULEZ è stata introdotta nel 2019, estesa progressivamente e portata a coprire tutta la Greater London nel 2023. Secondo il rapporto, nel 2024 le emissioni di ossidi di azoto risultavano inferiori del 36% rispetto a uno scenario senza ULEZ, mentre le concentrazioni di NO2 a bordo strada erano circa il 27% più basse, con riduzioni particolarmente consistenti nel centro di Londra. Il livello di conformità dei veicoli agli standard ULEZ ha superato il 97%.

Una delle parti più importanti dello studio riguarda il confronto tra il carico sanitario associato ai livelli di inquinamento del 2019 e quello associato ai livelli del 2024. Il rapporto sottolinea che non si possono confrontare in modo diretto le vecchie stime del 2019 con quelle del 2024, perché nel frattempo è cambiata la metodologia scientifica: le nuove evidenze epidemiologiche indicano effetti più forti dell’inquinamento sulla mortalità rispetto a quanto stimato in passato.

Per questo i ricercatori hanno costruito uno scenario comparabile: stessi metodi, stessa popolazione, stessi dati di mortalità e stessa funzione dose-risposta, cambiando solo i livelli di inquinamento atmosferico. Con questo approccio, il carico di mortalità attribuibile all’inquinamento si riduce da circa 6.390-8.040 decessi nello scenario con aria del 2019 a 3.810-5.100 decessi nello scenario con aria del 2024. La riduzione stimata è quindi compresa tra il 37% e il 40%.

Il dato conferma che le politiche per ridurre l’inquinamento hanno prodotto benefici sanitari importanti. Ma conferma anche che il problema resta enorme: nonostante l’aria più pulita, migliaia di decessi restano associati all’esposizione cronica agli inquinanti.

Il rapporto chiarisce un punto che può sembrare contraddittorio. Pur essendo migliorata la qualità dell’aria, le nuove stime del carico di mortalità per il 2024 risultano più elevate delle vecchie stime pubblicate per il 2019. Non significa che la situazione sia peggiorata. Significa che la scienza ha aggiornato la valutazione dei rischi.

Le nuove funzioni concentrazione-risposta utilizzate dall’Imperial College, basate sulle più recenti revisioni epidemiologiche e sulle indicazioni OMS, attribuiscono all’esposizione di lungo periodo a PM2.5 e NO2 un effetto sulla mortalità più forte rispetto ai modelli usati in passato. In altre parole, a parità di concentrazione, oggi si stima un impatto sanitario maggiore perché le evidenze disponibili sono più solide e più ampie.

Il rapporto usa inoltre un approccio più avanzato per valutare l’effetto combinato di PM2.5 e NO2. I due inquinanti sono correlati, perché spesso derivano da fonti comuni come il traffico. Sommare semplicemente gli effetti separati rischierebbe di sovrastimarli; usare solo il valore più alto tra i due rischierebbe invece di sottostimarli. Per questo lo studio applica fattori di aggiustamento basati su modelli multi-inquinante, seguendo le indicazioni più recenti dell’OMS e del Comitato britannico sugli effetti medici degli inquinanti atmosferici.

Una delle conclusioni più rilevanti del rapporto riguarda i limiti legali. Il fatto che una città rispetti i limiti di legge non significa che l’aria sia sicura. Gli autori sottolineano che gli effetti sulla salute continuano anche a concentrazioni inferiori ai valori limite attuali e persino sotto le linee guida dell’OMS. Inoltre, si fa presente che il rischio sanitario non dipende solo dalla quantità di inquinamento presente nell’aria, ma anche da chi lo respira. Età, condizioni di salute, vulnerabilità sociale, distribuzione della popolazione e tassi di mortalità influenzano la mappa degli impatti.

Per il PM2.5, in particolare, le evidenze più recenti indicano che non esiste una soglia chiaramente identificabile al di sotto della quale l’esposizione possa essere considerata priva di rischio. Questo significa che ogni ulteriore riduzione dell’inquinamento può produrre benefici sanitari.

È un messaggio di grande rilievo anche per le politiche italiane ed europee: spesso il rispetto formale dei limiti viene presentato come punto di arrivo. In realtà, per la salute pubblica dovrebbe essere considerato soltanto una tappa intermedia. L’obiettivo deve essere ridurre l’esposizione quanto più possibile, soprattutto nei luoghi dove vivono, studiano e lavorano le persone più vulnerabili.

Il traffico stradale resta una delle fonti chiave dell’inquinamento urbano, soprattutto per l’NO2. Non è l’unica fonte: nel modello usato dal rapporto compaiono anche ferrovie, fonti industriali, aeroporti, combustione domestica e commerciale, cottura, legna domestica, cantieri e altre attività urbane. Ma il trasporto su strada continua a essere un settore decisivo, anche perché determina esposizioni elevate vicino alle strade, alle scuole, alle abitazioni e agli spazi pubblici.

Il caso di Londra mostra che interventi strutturali, se applicati con continuità e su scala metropolitana, possono produrre miglioramenti misurabili. Non eliminano da soli il problema, ma cambiano la traiettoria.

Fonte: Ambiente e non solo