31 March 2026

In Italia oltre 7 milioni di persone vivono in condizioni di “povertà dei trasporti”, una forma di vulnerabilità sociale ancora poco conosciuta che si declina nell’incapacità di sostenere i costi del trasporto pubblico o privato e nella mancanza o accesso limitato ai trasporti necessari per accedere ai servizi essenziali, al lavoro e alle opportunità economiche e sociali.
Il dato emerge dal primo Green Paper sulla povertà dei trasporti in Italia, presentato il 30 marzo dal Transport Poverty Lab promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, con il supporto di Tper e Nordcom, il patrocinio della Commissione Europea, del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e la collaborazione tecnica dell’Osservatorio Sharing Mobility e della Fondazione Transform Transport ETS.
Secondo lo studio, circa 1,2 milioni di famiglie si trovano contemporaneamente in una condizione di rischio povertà e sostengono costi di mobilità particolarmente elevati. Al tempo stesso, 7,3 milioni di cittadini risiedono in aree caratterizzate da un’offerta di trasporto pubblico insufficiente. Il divario territoriale è marcato: nel Sud la disponibilità di trasporto pubblico locale scende sotto i 200 posti-km per abitante in alcune aree di Sardegna e Sicilia, contro una media nazionale di 4.623 e oltre 16.000 posti-km registrati a Milano. A livello regionale, la quota più elevata di famiglie vulnerabili si registra in Calabria, dove supera il 10%, mentre il dato scende sotto il 2% in Trentino-Alto Adige.
Le 4 tipologie di cittadini vulnerabili
Il Green Paper ha elaborato una prima matrice della povertà dei trasporti che identifica 4 macro-tipologie di cittadini, come chiave interpretativa del fenomeno, che vede spesso sovrapporsi le due componenti principali — la difficoltà di sostenere i costi della mobilità e la difficoltà di accedere ai trasporti necessari per raggiungere opportunità e servizi essenziali:
– I cittadini soggetti alla forma più acuta di esclusione, dove il basso reddito si somma all’assenza di opzioni disponibili di trasporto nel territorio (vulnerabilità assoluta);
– I cittadini con risorse personali adeguate, ma penalizzati da un contesto territoriale povero di servizi di mobilità. Spesso compensano questi limiti facendo ricorso massiccio all’auto privata (vulnerabilità territoriale);
– I cittadini inseriti in un territorio ben servito, ma con capacità personali limitate. Barriere economiche, fisiche o sociali riducono la fruibilità dei servizi (vulnerabilità personale);
– I cittadini che dispongono di capacità personali adeguate, in un territorio che offre molteplici opzioni di mobilità efficienti (disponibilità e accessibilità).
Il Regolamento Europeo che istituisce il Fondo Sociale per il Clima aggiunge a questa vulnerabilità “strutturale”, una “vulnerabilità indotta”. che si verifica quando una misura europea ideata per promuovere la mobilità sostenibile impatta economicamente su cittadini e microimprese. Per contrastarla, il Fondo mobilizza circa 85 Miliardi di euro, da utilizzare nel periodo 2026-2032, destinandone 9 all’Italia.
Come contrastare la povertà dei trasporti – un decalogo
In Europa più di 25 Milioni di residenti non sono in grado di acquistare un’automobile, più di 10 Milioni non possono permettersi il trasporto pubblico e quasi 90 milioni non dispongono di un’offerta di trasporto pubblico accessibile.
Con quali misure possiamo contrastare la povertà dei trasporti?
Il Regolamento Europeo identifica due macro-categorie di misure su cui gli stati membri possono investire per mitigare l’impatto sociale ed economico su utenti vulnerabili e microimprese:
In particolare, proponendo una prima tassonomia operativa, la Guidance on the Social Climate Plans offre un insieme chiaro e strutturato di misure, un vero e proprio Decalogo di misure per il contrasto alla povertà dei trasporti:
A livello internazionale si sono recentemente diffusi strumenti di intervento di vario genere all’interno di queste macro-categorie, in alcuni casi in attuazione anche in Italia. Ecco alcuni esempi:
• Mobility Wallet: portafogli digitali legati al reddito offerti dallo Stato per pagare trasporto pubblico, sharing mobility, taxi, etc. (es. Los Angeles, Bruxelles, Francia);
• Bonus per acquisto auto e bici elettriche destinati a famiglie a basso ISEE (Italia, California, Germania);
• Leasing sociale per veicoli a zero emissioni, destinati a famiglie e alle microimprese in base a fattori come il reddito, l’accessibilità dei trasporti pubblici, e i tempi e le distanze tra casa e luogo di lavoro;
• Tariffe agevolate su taxi e ridehailing: sconti per donne, anziani, disoccupati (es. Roma, Trento);
• Trasporto pubblico sussidiato: abbonamenti gratuiti o a prezzo ridotto (es. Bonus Trasporti Italia, modello “Solidarity Pricing” in Francia);
• Trasporto a chiamata (Demand Responsive Transit): servizi con tariffe sociali o gratuiti per aree rurali o periferiche;
• Carpooling incentivato: premi o tariffe agevolate per pendolari con redditi bassi (es. Francia, progetto Karos).
Fonte: Fondazione per lo sviluppo sostenibile