25 August 2026

Le città moderne continuano a parlare di sostenibilità, mobilità dolce e neutralità climatica, ma in gran parte del mondo urbano vivere senza automobile resta ancora estremamente difficile. Non per scelta individuale, ma per come sono state progettate le città stesse. È questa la conclusione di un importante studio internazionale intitolato “Car Dependency in Urban Accessibility”, realizzato da ricercatori del Sony Computer Science Laboratories di Roma, del Centro Ricerche Enrico Fermi e della Sapienza Università di Roma.
La ricerca introduce un nuovo indicatore chiamato “Car Dependency Index” (CDI), che misura il divario di accessibilità tra automobile privata e trasporto pubblico. In pratica, il sistema valuta quante opportunità – lavoro, servizi, scuole, negozi, attività sociali – siano realmente raggiungibili dai cittadini con diversi mezzi di trasporto.
I risultati mostrano con chiarezza che la dipendenza dall’auto non è semplicemente una questione culturale o economica, ma una conseguenza diretta della struttura urbana. Dove il trasporto pubblico è capillare, integrato e rapido, vivere senza automobile diventa realisticamente possibile. Dove invece prevalgono periferie disperse, servizi lontani e reti pubbliche deboli, l’auto privata smette di essere una comodità e diventa una necessità.
Lo studio ha analizzato 18 città tra Europa e Nord America utilizzando dati geospaziali ad alta risoluzione e simulazioni numeriche. Le città con la minore dipendenza dall’auto risultano Parigi e Zurigo, uniche realtà dove il trasporto pubblico supera mediamente l’automobile nell’accessibilità alle opportunità urbane.
All’estremo opposto compare Roma, che presenta il più elevato indice medio di dipendenza automobilistica del campione analizzato. Le mappe elaborate dai ricercatori mostrano una netta frattura centro-periferia: le zone servite dalla metropolitana registrano livelli molto più bassi di dipendenza dall’auto, mentre gran parte delle periferie resta fortemente legata all’utilizzo quotidiano della macchina privata.
La ricerca evidenzia inoltre una relazione diretta tra dipendenza dall’auto e quota di spostamenti effettuati in automobile. Le città con valori elevati di CDI mostrano infatti percentuali molto più alte di utilizzo del mezzo privato per gli spostamenti casa-lavoro.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto tra disuguaglianze sociali e dipendenza automobilistica. Nel caso di Vienna, gli studiosi mostrano che quartieri con redditi simili possono avere livelli molto diversi di motorizzazione a seconda dell’accessibilità garantita dal trasporto pubblico. In altre parole, non è solo il reddito a determinare il possesso dell’auto: conta anche quanto il quartiere costringa i residenti a utilizzarla per accedere alle opportunità urbane.
Gli autori sottolineano anche le implicazioni ambientali e climatiche del fenomeno. Ridurre la dipendenza dall’auto significa diminuire emissioni climalteranti, traffico, rumore, consumo di spazio pubblico e inquinamento atmosferico, oltre a migliorare sicurezza stradale e qualità della vita urbana.
Particolarmente significativa la simulazione realizzata su Roma: l’estensione della linea C e la futura linea D della metropolitana potrebbero ridurre di circa 60 mila il numero di auto usate quotidianamente per il pendolarismo. Tuttavia i ricercatori avvertono che singole infrastrutture non bastano. Per cambiare davvero il modello di mobilità servono reti integrate, diffuse e coordinate, capaci di ridurre strutturalmente la necessità di utilizzare l’automobile privata.
Lo studio propone quindi il CDI come uno strumento utile per amministrazioni e pianificatori urbani, capace di individuare i quartieri dove politiche come zone a basse emissioni, aree pedonali, “città dei 15 minuti” e limitazioni al traffico possano essere introdotte senza penalizzare l’accessibilità dei cittadini.
La conclusione dei ricercatori è netta: la dipendenza dall’auto non è inevitabile. È il risultato di precise scelte urbanistiche e infrastrutturali. E proprio per questo può essere ridotta attraverso una pianificazione urbana più equa, accessibile e sostenibile.
Fonte: Ambiente e non solo